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Barlaam, Joasaf e l’unicormo

Bella giornata oggi. Tempo di andarsene a prendere il sole primaverile di Pasquetta, se non fosse che siamo tutti influenzati, chi più chi meno. Allora io – che sono quello che sta meno peggio degli altri – mi sono preso un’oretta in centro per respirare e disegnare un po’. Di fronte al Battistero mi sono fermato all’altorilievo dell’Antelami alla lunetta della porta dei catecumeni, quella da cui si entrava per essere battezzati. La lunetta riporta calotta tra il bene e il male, e al centro, sta l’episodio tratto dalla storia di Barlaam e Ioasaf (o Josaphat). Barlaam è istruito da Ioasaf su molte cose della vita verso la purificazione e la santità. E nel XII capitolo, racconta questa parabola, simbolo dell’uomo preso tra le preoccupazioni del mondo e della vita segnata dalla morte e dalla malattia, ma anche dai pericoli esterni, e tra l’evasione superficiale e dimentica di sé. Ponte culturale e legame ecumenico ed interconfessionale tra culture e civiltà che oggi pagano la loro incomprensione con scontri sanguinosi, era ben noto agli uomini medievali, più saggi di noi su molte cose. Il brano in questione è il seguente:

«Ebbene, costoro, che si son fatti servi di un crudele e malvagio padrone, sottraendosi insensatamente a uno buono e amante degli uomini, e che son tutti eccitati dal presente e smaniano e vi si struggo diete, e, senza darsi il minimo pensiero per il futuro, incessantemente seguitano i piaceri della carne, mentre lasciano le anime a consumarsi nell’inedia, ingiuriate e affette da infiniti mali, costoro, dunque, mi sembrano simili a quell’uomo che fuggì via alla vista d’un unicorno imbizzarrito. Non sopportava il risuonar dell’urlo della bestia e del suo terrificante mugghiare, e assai temendo di finir sbranato, se la diede a gambe levate e mentre correva a più non posso finì in un grande burrone. Nel precipitarvi, protese le mani e riuscì ad afferrarsi ad un arbusto, cui si aggrappò con tutte le sue forze; trovato un appoggio dove puntare i piedi, pensò che da quel momento in poi poteva starsene tranquillo. Ma quand’ebbe guardato bene, vide due sorci, uno bianco e uno nero, che senza posa rosicchiavano la radice dell’arbusto cui s’era appigliato: anzi, erano proprio sul punto di reciderla di netto. Allora guardò in fondo al burrone e scorse un drago orribile alla vista, che “spirava fuoco” dalle nari: ave a un aspetto torvo e minaccioso, spalancava ferocemente le fauci e non vedeva l’ora d’inghiottirselo. E ancora aguzzò lo sguardo a esaminare la base d’appoggio su cui teneva puntellati i piedi: scorse quattro teste d’aspiri che si protendevan fuori dalla parete rocciosa, cui si teneva stretto. Allora levò gli occhi in alto, e vide che i dai ramoscelli dell’arbusto stillava qualche goccia di miele. Così cessò di ragionar dei flagelli che aveva intorno, come fuori dal burrone l’unicorno imbizzarrito volesse divorarlo e, dentro, il truce drago spalancasse le fauci per ingoiarlo, e come l’arboscello al quale si teneva avvinto sarebbe stato reciso quanto prima, e come i suoi piedi poggiassero su una base tanto incerta e malfida. Di tali e tanti flagelli immemore, si concentrò sulla dolcezza di quella piccola goccia di miele. 

È questa una similitudine su quanti si struggo dietro all’inganno della vita presente; ed ecco la sua chiave. L’unicorno potrebbe esser la morte, che sempre unsegue la progenie d’Adamo, e si studia di ghermirla. Il burrone è il mondo, pieno d’ogni sorta di mali e trappole mortifere. L’arbusto incessantemente rosicchiato dai due sorci, cui ci aggrappiamo, simboleggia il corso alterno della vita d’ognuno, la quale si consuma e perde ora per ora nell’avvicendarsi di notte e giorno, e a poco a poco si assottiglia, sino a venir troncata. I quattro aspidi simboleggiano la composizione del corpo umano, ch’è costituito dai quattro elementi malfidi e scostanti; per cui, una volta ch’essi perdan l’armonia loro e si disgreghino, si dissolve la compagine del corpo. Ancora, quel drago fiammeggiante e feroce è immagine dell’orrido intestino dell’Ade, avido di inghiottire quanti hanno preferito i piacer del presente ai beni futuri. Lo stillar del miele indica la dolcezza dei godimenti del mondo, il quale, ingannando con essa i suoi amici, non permette loro di provveder per tempo alla propria salvezza»

(Storia di Barlaam e ioasaf. La vita bizantina del Buddha. Trad. di Paolo Cesaretti e silvia Ronchey. Einaudi 2012. Pag 88-90)

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